(Put your) Hands up, man!


Anche quest’anno i Grammy sono stati una girandola di buon gusto, trash, musica, premi, polemiche. Ma anche di importanti messaggi sociali contro le ingiustizie e le violenze. A partire da un messaggio di stretta, strettissima attualità.

Cosa fa di un Grammy Award un buon Grammy Award? Tirate in alto le mani e la festa è servita: mettici look, buona musica, provocazioni e un mister dj che urli “put your hands up in the air”, ça va sans sans dire. Eppure quest’anno ai Grammy Awards, il vero mantra è stato dannatamente sociale oltre che social. E molti artisti hanno fatto un’inversione di tendenza a suon di “hands up, don’t shoot”(“mani in alto, non sparate”). Cosa significa lo slogan?

“Hands up, don’t shoot” e ifatti di Ferguson. Per capirlo, bisogna fare un passo indietro e stravolgere il clichet per cui le mani in alto siano un classico gesto di resa alle autorità. Alcuni manifestanti a Ferguson, nel Missouri, infatti, l’hanno trasformata in un grido di battaglia. “Mani in alto, non sparate!” proviene da un episodio di stretta cronaca dello scorso 9 agosto, che coinvolse Michael Brown, un adolescente nero disarmato, colpito a morte da un agente di polizia mentre –secondo testimoni oculari – aveva le mani in su. Da allora, molti dei residenti neri di Ferguson hanno scaricato la propria frustrazione, con una serie di proteste contro la polizia a mani in aria e il gesto di sottomissione -che la polizia spesso domanda ai civili – è diventata una sfida provocatoria, reiterata in numerose proteste di piazza dai millenials contro gli agenti.

Mani in alto ai Grammy’s. Ieri sera, dunque, oltre alle messinscene di Kanye West che sale sul palco e contesta silenziosamente la vittoria per il miglior album dell’anno andata al losangelino Beck con tanto di intervista post serata e dichiarazioni al vetriolo in stile: “Se vogliono che gli artisti ritornino, devo smetterla di giocare con noi” (e comunque, la storia si ripete: contestò Taylor Swift quando rubò lo scettro alla sua amica Beyoncè, critica oggi Beck per aver rubato il primo posto alla moglie di Jay-Z) e al di là dei generosi lati A e B al vento di miss matador Madonna, forse la lezione migliore da questi Grammy non è venuta dai look roboanti, accecanti, sorprendenti e fiammeggianti look di tutta la lobby pop radunata in ghingheri per una delle serate più attese dell’anno. E non è arrivata nemmeno da chi ha fatto incetta di premi come la rivelazione Sam Smith, testimonianza vivente di quanto un amore finito (fu così anche per Adele, con la sua Rolling in The Deep e sei Grammy’s portati a casa nel 2009) possa professionalmente portarti bene, oh, molto bene. La congrega di colore del pop ha alzato la testa e ha deciso di andare oltre i falsetti, le coreografie e sensibilizzare il proprio pubblico. Lo ha fatto Prince, d’arancione laccato vestito esordendo con un laconico: “Gli album, ve li ricordate ancora? Gli album hanno ancora importanza, come i libri e la vita della gente di colore” rivolgendosi alla platea. Chiaro il riferimento alla morte del giovane afroamericano Mike Brown, e probabilmente anche a Eric Garner, un uomo nero di 43 anni, che vendeva sigarette di contrabbando a Staten Island. Nel luglio scorso l’agente Daniel Pantoleo aveva cercato di arrestarlo, e durante la colluttazione aveva fatto una mossa per prenderlo per il collo. Garner, disarmato, aveva detto all’agente che stava soffocando, ma il poliziotto non aveva mollato la presa e lui era morto. E ieri notte, anche Pharrell Williams ha trasformato la sua performance di “Happy”, in un tributo al mantra contro la violenza incondizionata. riproponendo quell’“Hands up, don’t shoot,” nella coreografia dei suoi ballerini in felpa nera, ripresa anche dai performes di Beyoncè che hanno tirato su le mani omaggiando i manifestanti di Ferguson.

No alla violenza. A sostegno dei diritti della popolazione di colore, seppur con un diverso mantra, si è idealmente schierato anche John Legend, che, sulle immagini del film Selma e del suo protagonista Martin Luther King e riproponendo la canzone che lui stesso composto per il film candidato all’Oscar, ha voluto ricordare i passi compiuti in favore dei diritti civili dei neri da parte del premio Nobel. E poi, non è mancato anche un messaggio chiave del presidente Obama. Legato al sociale, contro la violenza sulle donne: “Una donna su cinque in America è stata vittima di stupri o tentati stupri, una su quattro di violenze. Non è ok, bisogna fermare tutto questo. Gli artisti hanno il potere di farci pensare e parlare di ciò che conta e tutti noi, nella nostra vita, abbiamo il potere di dare l’esempio”. E a sostegno del Presidente, sul palco ha fatto il suo ingresso anche Brooke Axtell, sopravvissuta a una storia di violenza domestica che ha rischiato di vederla morire e che ha lanciato il suo appello a tutte le donne in difficoltà. “L’amore vero non può svalutare nè sminuire l’essere umano, tutte siete degne di essere amate. E se qualcuno abusa di voi, reagite e fate sentire la vostra voce”. L’ha fatto ,supportata anche da Katy Perry che, con la sua  “By the Grace of Lord” ha reso un vero e proprio inno contro la violenza domestica. Ieri notte, il mantra non è stato forse idealmente rivisitato? “Alzate quelle dannate mani in alto e sparate. Sì, ma sparate solo buona musica”.

ps. l’album di Beck è decisamente bello. Ascoltatelo al mattino e rasserenatevi con l’universo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...