Parigi disgustata e quella volta che un fotografo abbandonò una donna nuda


In bottiglia di vetro. “E ghiacciata, per favore”.

Se la mia Coca-Cola è un momento talmente sporadico da avvicinarsi a un rito, più di tutto è un caleidoscopio di spunti inaspettati. O almeno, così è stato ieri pomeriggio. Ben presto ho realizzato che premere play sulla precisa scena di un preciso film era solo un modo per scoprire che più che di sorprendenti spunti cerebrali, si era trattato solo di un’osservazione qualsiasi, buttata lì a caso. Ho preferito sedermi a un bar, iPad al mio fianco e molte nuvole rapide. Un click inconsapevole, a ritroso nel tempo: sono approdata a Mark Kaufmann.Ai suoi scatti per “Life” in una Parigi del dopoguerra, che di lì a breve sarebbe stata sconvolta da un gusto mai assaggiato prima.

“Bien glacè”, il mantra, e benvenuta Coca Cola.

L’avvento ufficiale della bevanda lasciò Parigi affascinata e disgustata. Se ufficiosamente circolava in Francia dal 1919 e ufficialmente dal 1933 , solo dopo la guerra l’azienda Coca Cola decise di aumentare il marketing e capitalizzare la proliferazione di frigoriferi nelle case francesi . Allo suono di “Drink fresh”, furgoni in tour per le strade e venditori in ogni dove, diffusero “La révolution du froid ” (La fredda rivoluzione).  La liberazione di Parigi, nell’agosto 1944 da parte dell’esercito degli Stati Uniti, espose dunque i francesi alla cultura americana. E gli americani si sforzarono di essere “friendly” verso i parigini: “Have a Coke. Facciamoci una Coca” era un segnale rassicurante. Negli scatti di Kauffman, i venditori di Coca Cola indossavano tute militari, a ricordare la recente liberazione. E per non distaccarsi troppo dal recente clima di guerra, i cittadini rispondevano con curiosità ai nuovi ospiti o padroni.

((zoom in: Quanti dettagli ricostruiscono cultura e trascorsi storici di un popolo, attraverso uno scatto?))

Wow.

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Ammirata la Parigi viveur di quegli anni, ho voluto capire chi stesse dietro l’obiettivo. Non ho trovato molto su Mark Kauffman, se non che si spense a causa di un cancro. Aveva 71 anni, era il 1994 a Pismo Beach. Se è stato da sempre considerato un fotografo veterano, fu anche il più giovane fotografo a scattare una copertina per la rivista Life: il suo soggetto era Eleanor Roosevelt e Kauffman aveva solo 17anni. Passarono 30 anni e 20 copertine all’interno di casa Life, oltre a decine di servizi a sua firma. Vinse il White House News Photographer Grand Award e il Photographer of the Year Award. Approdando come photo editor a Sports Illustrated, rivoluzionò la fotografia sportiva grazie all’utilizzo di una telecamera motorizzata e un teleobiettivo a livello del suolo. Insegnò fotografia nella California Polytechnic State University. Ma la vicenda che più mi ha colpita riguarda il suo rapporto con la rivista Playboy : vi approdò nel 1970, come direttore della fotografia per poi lasciare scandalosamente la mansion. Le motivazioni? Le ho ritrovate in questo ritaglio del Lincoln Star, giornale noto in Nebraska, datato 11 settembre 1975.

Parla proprio di quando Mark Kauffman decise di lasciare Playboy per una nuova e più ortodossa avventura. Ho trovato affascinante la sua voglia di lasciare un mondo eroticamente strabordante, per andare a fotografare cibo. Con un’ostentata naturalezza, esclamava: “Oh, mia moglie Anita adora il cibo, io ne colgo il meglio(…).Fotografare il cibo è come fotografare donne che conosci. Il cibo può essere capriccioso – come le donne . Le zuppe sono particolarmente difficili: se ci pensi, costituiscono una superficie piana . Gli stufati sono disordinati. Ah , ma le verdure! E i crostacei!”.

All’epoca in cui lasciò la rivista erotica, scrissero che “o è diventato completamente pazzo, o ha raggiunto un livello di sensualità che è andato molto oltre. Ad ogni modo non possiamo comprenderlo. (…) Ha un lavoro che la maggior parte degli uomini adorerebbe (…): viene pagato per fotografare belle donne. Belle donne nude. Belle donne nude con grandi, grandi…sorrisi, e occhi, e peli. Capelli. E bucce d’arancia e labbra umide e punti metallici nell’ombelico e nomi come Uke Felicia. (…)”. Poco male. L’uomo che diede vita ai sogni erotici di mezzo mondo, a un certo punto, si dimise e ne parlò con la migliore naturalezza del mondo al giornalista del Lincoln, sobrio nel suo cardigan, cintura in vita e pantaloni Gucci.

Assumersi il rischio di fare qualcosa che ci va di scoprire, non è forse il dispendio di luce e arrancate più folgorante e ben speso cui si possa mirare? Kaufmann era un normale folle che s’arrogava il diritto di cambiare strada e mollare tette e culi senza rimpianto alcuno. Oh yes, uno di quelli che Jack Kerouak descrisse nel suo libro-rivelazione-bigino-credo-capolavoro per me “On the Road”

“Per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi d’ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali che esplodono tra le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno oh!”

Qui era il 1946 e qualcuno si sentiva per niente bene.
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Qui accarezzò un’inedita Liz Taylor, young&beautiful nel 1948 e con addosso la divisa di un’atleta con cui usciva all’epoca.
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E poi immortalò uno dei miei idoli incontrastati: Paul Newman. L’uomo perfetto, forte, impulsivo, arrabbiato, consapevole di sè, magnanimo ma deciso. Ma anche dolce e meraviglioso nell’innocenza bugiarda dei suoi occhi d’abisso, magnifico nelle inaspettate carezze donate con uno sguardo sfuggentemente silenzioso. Qui fu scattato per Life.
PAULmark kauffman communifashion giuditta avellina

Ho finito talmente tardi la mia Coca Cola, che il ghiaccio era ormai un’opinione. Forse sarebbe stata meglio la Dolce Vita, esta tarde. O forse è che dovevo solo sbollire la paura di passi che non dovrebbero violarmi più. Ma è così complesso spiegarsi e spiegare, e sono così noiose e pesanti le parole chè un attimo dopo vorresti far dileguare. Ho spento l’iPad e il cellulare non prima di sapere quale sarebbe stata la prossima avventura fotografica da scoprire: una leggerezza poco sobria. Mi farò aiutare da un fotografo classe 1916: coming soon, Slim Aarons.
Stay tuned.

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