Chris, after all.


di GIUDITTA AVELLINA

A Detroit oggi probabilmente il sole ha deciso di anticipare il tramonto, previsto per le 19.50. Forse anche nei pressi del lago Washington, a Seattle, il sole non calerà esattamente allo scoccare delle 20.15. Proprio lì, forse, ha già elargito generose ombre tardo pomeridiane sulla scultura chiamata A Sound Garden.

Che fu l’inizio ed epilogo di molte cose per i Soundgarden, per Chris Cornell, per la musica tutta. Lì dove i sonagli della struttura costruita nel 1983 da Douglas Hollis – quel groviglio sonante di strutture metalliche simili ad antenne radiofoniche – introdussero la melodia ispirazionale (?) di un destino glorioso. Un fato multiformemente grunge – o qualunque cosa ci scorgiate- vicino a un re che seppe scorgere il suono del vento. Lì dove oggi, pare si possa percepire un rispettoso requiem.

Chris Cornell è morto.

aaaa

L’unica certezza, nel mare di letture che oggi si sovrapporranno o scontreranno,nell’interpretazione, forse a tratti superflua, delle molteplici visioni. Critiche e ricordi condivisi a parte, a me restano momenti preziosi. Tipo quando intervistai Chris Cornell nel 2012, per GQ.com. Si sorrideva in una stanzone enorme, dove c’erano anche Ben Sheperd e c’era il sospetto che nessuno avesse mai davvero voluto sostituirli, nemmeno negli attimi di mutevolezza che li accompagnarono. Più di tutto scorrono in un baleno le memorie di quella mia – nostra, forse- parte intima e intatta di quegli anni Novanta, che ha esperito chi c’è stato dentro.

Della generazione disintegrata, ma mai domata, dall’avvento del nuovo millennio. Di una famiglia ideale di cui Chris fu probabilmente il fratello maggiore. Quello che nell’adolescenza potevi prendere a punto di riferimento. Tanto, nella tempesta era sempre l’onda che s’increspava, ma poi ti riportava a riva, alla salvezza e al ristoro di un brano. Quello che, con il quasi trentenne Chris di “Superunknown”, diede respiro dopo l’apnea ingenerata da chi – Kurt Cobain – adulto trentenne decise di non diventare. Quello che a una Seattle piena di stimoli e cadute, al grunge e agli anfibi bucati che avevano cannibalizzato ogni vano tentativo di uscire fuori dal coro senza essere travolti ancora e ancora da stereotipi, diede una speranza della potenzialità di battiti nuovi.

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Lo fece con una voce potente che inglobò l’urlo generazionale arrabbiato e poi ancora più motivato a dire, ad affermare, a sostenere che sì, non è finita finchè non è finita. Che sì, dopo la mareggiata ci sarebbero stati pezzi da riassemblare e soli neri da lucidare, certo che sì. Ma che l’immortalità è senza tempo e lo sarebbe stata. Come senza fine è, sarà, la registrazione di un attimo benedetto che puoi pure gettare nel cestino dell’indifferenziato di un ufficio al ventesimo piano dello skyline dove di giorno, diligentemente, premi pause.

Ma che poi di notte ascolti e riascolti, ripensando a una giovinezza che porti dentro, che sempre sopravviverà al buio dell’oblio, incisa nei ricordi più ancora che su un nastro. Bagnata dalle lacrime dell’improvviso e dalla preghiera nel Grammy “Black Hole Sun” «che il Paradiso cacciasse via l’Inferno». Asciugata dalla certezza dell’eternità di un verde spazio che ebbe cesoie graffianti a modellarlo e terra fertile e benedetta ad assicurarne un ricordo sempreverde oltre la furia cieca della giovinezza e il periodico equilibrio statico degli anni a venire.

Come il destino del suo abilissimo, immortale, re del verde sconfinato giardino sonoro, d’altronde.

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